Si fanno strani incontri da queste parti

14/09/2010

Oggi ero nel bel mezzo di un’analisi letteraria (cose di lavoro, davvero noiose a dire il vero), poi a un certo punto mi sono bloccato e non riuscivo a andare più né avanti né indietro. Non solo non riuscivo a scrivere nulla che avesse il minimo senso o che fosse in un inglese decente, ma non riuscivo neppure a cancellare le schifezze che avevo già scritto.  Che ci si blocchi lo posso capire, anche se accettarlo mi risulta più difficile, soprattutto quando i tempi stringono (come nel mio caso), ma che ci si rifiuti addirittura di cassare errori clamorosi mi sembra un po’ strano, oltre che controproducente, soprattutto in vista del fatto che comunque dovranno essere cancellati, prima o poi (non che io sia mai stato un gran difensore dell’adagio “mai rimandare a domani quello che puoi fare oggi”, intendiamoci).

Comunque vista la momentanea paralisi creativo-intellettuale, ho pensato bene di fare un salto su questo blog, un po’ perché fuori diluvia e quindi una passeggiata all’aria aperta è fuori discussione, e un po’ perché stimolato dalla lettura degli ultimi articoli sul blog del mio amico Fabio (che se pensi che io sto sempre in giro è perché allora non conosci lui!).

Come ti raccontavo qualche giorno fa, in Malesia spesso si fanno degli incontri strani (anche se ad essere sinceri, si possono fare ovunque, solo che forse io qui ci faccio più caso perché per me, che vengo da molto lontano, non sono ordinaria amministrazione).

Ieri ho scoperto che non ho solo il geco come compagno di stanza, ma che a usfrurire tutte le notti di un tetto sotto il quale dormire, rigorosamente a scrocco, c’è un’altra creatura, questa non tanto simpatica, anzi proprio antipatica e pure brutta: la cosiddetta blatta orientale, o forse tu la conosci col suo nome volgare: ‘o scarrafone. Ieri è sbucata dal cassetto della scrivania, grande, marrone, con le sue antennine sottili e le zampette nascoste sotto il suo corpo tozzo, ma brillante. Con una prontezza di riflessi che ormai credevo di non avere più ho afferrato la prima pantofola che ho trovato e ho cercato di ucciderla, ma senza riuscirci. (sì, lo ammetto! E lo so, lo so, Budda non sarebbe molto contento e mi direbbe che nella mia prossima vita mi trasformerò in uno scarrafone ancora più brutto di quello di ieri e un essere umano ancora più violento di me mi schiaccerà senza pietà. Comunque qui siamo in Malesia, la religione ufficiale è l’Islam e mi pare che Allah e Budda non siano ancora riusciti a trovare un accordo per quel che riguarda l’estradizione dei criminali)

Lei, la blatta, s’è rintanata nel cassetto o chissà dove. Ho cercato in tutti i modi di farla uscire, ma niente. Io credo che sia ancora da queste parti, ma chissà, forse le è giunta voce che il mio vicino di stanza è buddista e ha cercato riparo da quelle parti.

Un altro incontro sgradevole che si può fare è quello con i ratti di fogna, anche noti come zoccole, almeno dalle mie parti, dove si sa, non siamo proprio raffinati ed essendo gente di montagna siamo piuttosto rustici. Io la conoscenza dei ratti di fogna malesi l’ho fatta lo scorso anno a Kuala Lumpur, quando tornavo in albergo a notte fonda. Colpii, senza volerlo, una lattina di coca-cola vuota buttata sul marciapiedi che andò a finire dritta ai piedi di un cassonetto della spazzatura, facendo un gran baccano nel cuore della notte silenziosa di un normale giorno infrasettimanale. Sbucarono ratti enormi da ogni fessura e da ogni busta dell’immondizia lasciata sul ciglio della strada. In un primo momento pensai che si trattasse di gatti, viste le dimensioni. Capii che invece erano sorci transgenici solo quando uno si fermò davanti ai miei piedi nudi (sì, vorrei vedere te con le scarpe da ginnastica con questo caldo!) mentre io stavo già pensando a dove avevo messo il foglietto dell’assicurazione sanitaria, convinto che la bestiaccia mi avrebbe morso. Invece, per fortuna, ciò non accadde. Ma ora evito di passeggiare in posti pieni di spazzatura (sembra un’ovvietà, ma se vieni in Malesia e riesci a trovare un angolo urbano pulito e profumato, fammi sapere, che mi ci fiondo anch’io!), soprattutto dopo ch’è calato il sole e in ogni caso mi tengo sempre lontano dai marciapiedi, rischiando pure di venire falciato da qualche auto.

Comunque pare che qualche settimana fa un uomo di una periferia qui vicino, sì pare che fosse proprio un autoctono nato e cresciuto qui, nella periferia della periferia eccetera eccetera, sia stato morso da un ratto di fogna mentre passeggiava per le vie della zona. La notizia è apparsa sul The Star (il maggior quotidiano in lingua inglese del Paese, niente più che un opuscolo filo-governativo, a essere sinceri, con inserti settimanali di infima qualità). Ora non che io ce l’abbia con questo giornale in particolare. Ma a me la notizia pare una gran cavolata, una bufala insomma. No, no, ma che hai capito?! Certo che è possibilissimo che l’uomo sia stato morso da un animalaccio simile (anzi che la cosa sia accaduta ne sono proprio convinto), quello che secondo me è pura leggenda è il fatto che l’uomo stesse passeggiando. Forse non lo sai, ma i malesi hanno un bruttissimo rapporto con le distanze e con il percorrere un tragitto da A a B senza usare un mezzo di locomozione a motore.

Non piove più, il blocco intellettuale ce l’ho ancora e io  vado a farmi una passeggiata.

Aspettando un buon rojak

12/09/2010

La Malesia ha le sue particolarità e le sue stranezze, ma è, tutto sommato, un Paese come tanti, con la sua classe politica nullafacente e corrotta e i suoi governanti che si guardano bene dal fare ciò che la costituzione imporrebbe. Se come me sei italiano, quasi sicuramente penserai che la situazione non è poi molto diversa da quella dello stivale. Infatti! L’Italia non è una repubblica fondata sul lavoro? Sì, sul lavoro che non c’è.

La Malesia invece, è una federazione che, stando ai discorsi ufficiali, si fonda sulla convivenza pacifica di tre etnie principali: i malesi, i cinesi e gli indiani, più vari gruppi aborigeni che vivono soprattutto nel Borneo e che vengono considerati, insieme ai malesi, “i figli della terra” (bumiputra in malese), ovvero i veri malesi, mentre cinesi e indiani sono cittadini un po’ di serie B, a cui viene concesso di vivere in questo posto dove è sempre estate, a cui è permesso girare il mondo col passaporto rosso (il passaporto malese è piuttosto sgargiante, come quello di Singapore o quello svizzero), ma a cui alcuni favori vengono sistematicamente negati.

Ora, come in ogni angolo del mondo, anche qui tutti hanno dei pregiudizi su tutti. I malesi sono degli scansafatiche, stando ai cinesi che, per i malesi, non fanno altro che pensare ai soldi e sono poco rispettosi delle loro tradizioni (soprattutto di quelle musulmane). Gli indiani invece, sono l’ultima ruota del carro qui e forse nessuno “perde tempo” a creare o esternare pregiudizi su di loro, sono pochi e in genere piuttosto poveri e questo, in questa parte di mondo (ma io temo che in realtà succeda un po’ ovunque) basta a farli diventare quasi invisibili, tranne quando si hanno problemi di salute o con la giustizia, allora l’indiano spodesta il cane e diventa il miglior amico dell’uomo (o meglio, del malato e dell’imputato). E perché ti chiederai tu? Semplice, perché a quanto pare gli indiani detengono il monopolio nelle professioni mediche e legali (per ragioni che mi sfuggono, e sfuggivano anche a chi me lo ha fatto notare), cioè, detto in altre parole, quasi tutti i medici e gli avvocati malesi discendono dagli indiani che a fine ottocento furono costretti dai colonizzatori inglesi a emigrare dall’India meridionale a qui per lavorare nelle piantagioni di gomma.

Io sarò pure una persona molto naïf, ma non riesco davvero a capire come la ricchezza etnica e culturale della Malesia possa davvero essere un problema.

Non capisco perché tanto astio contro il malese che per un mese mangia solo dopo il tramonto (la sua fame e la sua sete non le sento di certo io!), o perché tanta irritazione nei confronti del cinese che mangia carne di maiale a volontà (Allah punirà lui, mica te, amico malese! Poi tanto a te il cinese sta pure sulle scatole, quindi che t’importa se Allah lo castiga?).

Stasera sono andato a cena al ristorante Osman, una specie di garage aperto 24 ore al dì, dove fanno un ottimo pollo tandoori, però servono uno schifosissimo rojak(1) (che è ciò che ho ordinato oggi, purtroppo).

A cena lì c’erano molti cinesi, qualche indiano e finalmente anche dei malesi. Siccome è festa, alcuni malesi indossavano l’abito tradizionale, gli uomini il baju melayu (una specie di pigiama, con un lenzuolo legato in vita a mo’ di kilt scozzese), le donne il baju kurung (una gonna lunga e informe sotto una camicia altrettanto informe), coronato dal tudong (il velo delle donne malesi e indonesiane). In molte culture s’indossa il vestito tradizionale in occasioni speciali, ma credo che in nessuna, a parte quella malese-indonesiana, tutta la famiglia indossa il vestito tradizionale dello stesso colore o con gli stessi motivi (in genere floreali).

Dall’amico Osman (che poi tanto amico non è. Ecco, se c’è una cosa che so degli indiani – almeno di quelli malesi – è che sono tutti piuttosto sbrigativi, soprattutto nei ristoranti: prendono l’ordine in fretta e furia, scappano via e tornano dopo cinque minuti con il cibo e la bibita che ti sbattono sul tavolo senza badare troppo alla forma. Sbrigativi, appunto. Un po’ come i cinesi da noi, almeno secondo molti europei che sono convinti che il cinese non ci sappia proprio fare con il cliente. Forse è così, ma io con loro ho un rapporto un po’ diverso, quindi non posso esprimermi.) c’era una tavolata di malesi tutti col vestito della festa. Tre famiglie, e quindi tre colori diversi. Forse è vero che l’abito non fa il monaco, ma qui mi sa che l’abito fa la famiglia!

Tornando dal ristorante dell’amico “Osman”, ho incontrato l’amico Tong Guan, che è poi anche il direttore della biblioteca universitaria, che passeggiava nel campus. Abbiamo fatto una lunga passeggiata e una bella chiacchierata. Poi io sono tornato nella residenza universitaria e in stanza c’era il mio amico geco. La Malesia ne è piena e io ne ho uno che è diventato il mio compagno di stanza (o forse, molto più probabilmente, io il suo, perché credo che lui già fosse qui quando sono arrivato io) e scorrazza sulle pareti della camera da letto.

Il mio compagno di stanza

Mentre i cinesi, i malesi, gli indiani e gli aborigeni discutono, litigano, ma non possono vivere gli uni lontani dagli altri, io me ne vado a letto, in compagnia del mio amico geco, sperando che un giorno la Malesia diventi un enorme rojak, però squisito, non come quello di Osman.

(1) Il rojak (che in malese vuol dire “miscuglio”) è una specie d’insalta con patate, zucchine, cetrioli, cipolle e frittelline condita con una salsa di arachidi agrodolce.

Selamat Hari Raya Aidilfitri

10/09/2010

Che è un po’ come dire BUON NATALE

Immagina di stare dormendo profondamente, disteso su un materasso di dubbia qualità, ma comunque comodo mentre il ventilatore sposta l’aria (sempre piuttosto calda e umidiccia) da una parte all’altra della stanza. Poi immagina che mentre dormi sai che oggi puoi dormire quanto ti pare, perché tanto è festa e quindi puoi passare la giornata nell’ozio più completo. Ecco, queste cose immaginale solo, perché alle dieci del mattino ti sveglia un boato. Sembra un terremoto, un cataclisma e invece no! E’ solo un acquazzone di dimensioni bibliche, anzi, tropicali e i tuoni si sussegono a intervalli costanti mentre tu non capisci, dalla luce che filtra dalla finestra se sono le 10 del mattino o di sera.

La pioggia che mi ha svegliato stamattina

Piove a dirotto, e non è una cosa poi così strana qui. Nessuno sembra farci caso, nessuno sembra infastidito da questa pioggia torrenziale che ti costringe a cambiare i piani per la giornata. E già, perché forse tu sei l’unico che non aveva preso in considerazione questa possibilità che infatti non era proprio una possibilità remota.

Io già avevo previsto una giornata in centro, a osservare la gente, oziosa come me, che festeggiava la fine del Ramadan, che cade oggi, appunto e che qui in Malesia si chiama Hari Raya Aidilfitri (mentre credo che in arabo sia qualcosa come Eid ul-Fitr o una cosa simile). Hari Raya è la festa più importante per i malesi e, credo, per tutti i musulmani. Qui si respira un po’ l’atmosfera che invade l’occidente prima di Natale, shopping pazzo compreso! I supermercati, i centri commerciali, i bazar s’iniziano a riempire settimane prima che arrivi la festa (anche se mi chiedo come facciano a passare tanto tempo nei supermercati in un periodo in cui sono tenuti a guardarsi bene dal mangiare e dal bere durante il giorno. Mah, questi sono i misteri della mente umana, o forse il temibile potere della religione) e i malesi sembrano quasi impazzire, presi come sono dalla foga dello spendere, del comprare e dell’accumulare in vista del giorno in cui potranno finalmente ingozzarsi di cibo rigorosamente halal – cioè oggi. Proprio come a Natale da noi, vendono prodotti tipici e alcuni mi fanno davvero pensare che poi, in fondo, davvero tutto il mondo è paese. Per l’Hari Raya (che vuol dire “giorno della celebrazione”) si è solito mangiare quintalate di carne, e anche datteri e fichi secchi. Non so da te, ma a casa mia questi due frutti sono tipicamente natalizi. Poi si vendono cartoline di auguri di tutti i tipi, dalle più serie e spartane (fondo bianco e scritta in verde brillante – il verde è il colore che di solito si associa all’islam) a quelle con i personaggi della Disney (non capita tutti i giorni di vedere Topolino col baju melayu – il vestito tradizionale malese – che ti augura un felice Hari Raya Aidilfitri).

Molta gente poi, proprio come succede da noi, per Hari Raya torna al suo paese natale, a visitare i parenti o a mettere fiori sulle tombe dei propri defunti (in realtà non so se qui è abitudine portare i fiori al cimitero, visto che poi non ci sono neppure lapidi con la fotografia, perché la foto è un’immagine antropomorfa e immagini e islam non vanno molto d’accordo, soprattutto nei luoghi religiosi), e questa “migrazione festiva” si chiama balik kampung, che letteralmente vuol dire “tornare al villaggio”.

Io non ho nessun villaggio a cui tornare e quindi me ne sto nella periferia della periferia eccetera eccetera ad aspettare che spiova per poter uscire e in serata andrò a cena a casa di un amico cinese, dove di sicuro non si festeggerà l’Hari Raya e dove con molta probabilità mangeremo un sacco di cibo illecito. Allah, misericordioso, ma con tutte queste restrizioni alimentari che dicono che hai imposto tu, io non ci capisco niente! Non è colpa mia, sono sempre stato un po’ sbadato!

Toc toc, è permesso?

08/09/2010

Tra un paio di giorni, al tramonto, le autorità religiose musulmane malesi dichiareranno ufficialmente concluso, almeno per quest’anno, il Ramadan, cioè il mese islamico del digiuno. Ciò significa che fra due o tre giorni i musulmani di tutto il mondo torneranno alle loro normali abitudini alimentari, ovvero mangiare durante la giornata e bere per dissetarsi ogni volta che ne sentono il bisogno. Per me invece non cambierà nulla. A pensarci bene, qualcosa cambierà. Potrò finalmente sedermi in un ristorante prima del tramonto e non vedere attorno a me solo miriadi di cinesi e qualche indiano,  probabilmente induista. Finalmente vedrò di nuovo i malesi mangiare con le mani, afferare il riso, tastarne la consistenza e controllarne la temperatura.

Ogni popolo ha un rapporto diverso con il cibo, con i pasti, e poterlo osservare è sempre un’esperienza unica che ti fa capire parecchio delle persone. Chissà se qualcuno ha mai detto “dimmi come mangi e ti dirò chi sei”. Probabilmente sì. Non dimenticherò mai quando andai in Xinjiang(1) e fui così fortunato da essere invitato a pranzo a casa di una famiglia uigura, vicina di casa dei genitori di Huan, l’amico di Pechino con cui ero in viaggio. Ci fu offerto del riso con carne di montone bollita, uva passa e carote. Un piatto di riso così buono non l’ho mai più mangiato, e di riso qui e in altri posti in cui ho vissuto, credimi, se ne mangia in quantità industriali! Quello che mi colpì di più (a parte la bontà delle pietanze) fu il mangiare con le mani, anzi, la mano (destra) e anche il fatto che noi uomini mangiavamo in sala da pranzo, mentre le donne, dopo aver portato tutto in tavola, mangiarono in cucina. Avevano una porta strana che divideva la cucina dalla sala, un po’ come quelle dei saloon del far west, e ricordo che delle tre donne di casa (la padrona di casa, sua figlia e sua nuora) ne vedevo, incuriosito, solo le gambe. Sono sicuro che sapevano che le stessi osservando, perché sotto il tavolo sembravano immobili, composte, quasi innaturali.

Tornando invece qui, all’equatore, devo aggiungere che mangerò tra i malesi solo quando andrò in ristoranti halal. Ormai anche dalle nostre parti si sente parlare spesso di cibi halal e in alcuni supermercati c’è addirittura una piccola, piccolissima sezione ad essi dedicata.  Per quel che ne so io, che una cosa è halal vuol dire che è permessa dalla legge islamica. Credo che si usi soprattutto per quanto riguarda il cibo (è un po’ l’equivalente di kosher per gli ebrei), che se non è halal, allora è haram, cioè proibito.

Se si tratta di carne, allora è facile intuire cosa sia halal e cosa sia haram. Il maiale, ovviamente, è haramissimo, cioè haram che più haram non si può! Le altre carni invece, se sono macellate seguendo i precetti islamici allora possono essere mangiate senza problemi da tutti i musulmani. Ma quando non si tratta di carne, come si fa a distinguere halal e haram? E cosa differenzia un dentifricio (!) permesso da uno illecito?  Molto semplice! Un simboletto, piccolo piccolo sulla confezione che ti dice che il prodotto che stai usando lo puoi usare senza innescare l’ira di Allah il misericordioso (!!!)

Come tutto quello che ha a che fare con la religione, anche quello dell’halal è un business, e anche parecchio redditizio. La Malesia è non solo uno dei maggiori consumatori di prodotti halal (qui c’è poco da scherzare col cibo, mangiare è un fatto serio da queste parti), ma ne è anche il maggior produttore.

Quasi tutti i supermercati vendono quasi solo prodotti con il marchio halal, dalla carne, com’è ovvio, al dentifricio, dal pane alle bibite, dallo zucchero alla pasta (se non d’importazione o non prodotta esclusivamente per il mercato malese).

Gli ipermercati più grandi e forniti poi, hanno una sezione haram (che però è denominata “non halal”, perché haram è una parola un po’ brutta) dove si vendono quasi unicamente due prodotti: carne di maiale e alcolici. Gli islamici si tengono alla larga da questa sezione, alla quale di solito si accede passando per una porta piccolina e socchiusa (pare di entrare in un sex shop, sperando che non ti veda nessuno di tua conoscenza), e infatti vi ci lavorano solo non musulmani, o cinesi o indiani. Prima di entrare bisogna che ti assicuri che hai comprato tutto ciò di cui avevi bisogno nella sezione “normale”, perché la sezione non halal è il punto di non ritorno. Una volta entrato sei ormai contaminato e non puoi tornare indietro e contaminare così un supermercato intero! Ma sei pazzo?! Allora, quando sei sicuro al 100% che hai preso tutti i prodotti halal che ti occorrevano, allora e solo allora, varchi la soglia del peccato e compri birra e salsicce a volontà. Poi paghi tutto, haram e halal che intanto è diventato haram anch’esso (ma che te ne importa? Tanto tu non sei musulmano e Allah con te misericordioso non ci sarà comunque!) e te ne vai con la tua spesa!

Ca**o,  il colluttorio! Niente paura, questi malesi hanno pensato proprio a tutto! A questo punto, visto che il signor Carrefour o Giant non può lasciarsi sfuggire la possibilità di spillarti altri soldi, hanno pensato bene di mettere degli armadietti (un po’ come quelli che ci sono all’entrata dei supermercati di tutto il mondo) dove puoi lasciare i tuoi prodotti haram originali e quelli che intanto lo sono diventati e tornare dentro per comprare il colluttorio halal destinato a diventare haram.

Il mio dentifricio halal che ha lo stesso sapore di quello che compro a Barcellona, rigorosamente haram

Ho dimenticato di dire che però c’è tutta una serie di prodotti d’importazione che sono di difficile, difficilissima, quasi impossibile catalogazione. Questi biscotti nella foto qui in basso (prodotti in provincia di Padova!) non sono di certo halal, ma hanno davvero l’aria così peccaminosa da dover essere classificati come illeciti? All’imam l’ardua sentenza!

Il biscotto della discordia


Intanto, per me è arrivata l’ora di andare a letto, ma prima mi laverò i denti col mio dentifricio halal, che è rimasto halal, perché io nella sezione haram non ci sono entrato, ma l’ho sbirciata dal lato lecito della porta socchiusa.

(1)La regione più occidentale della Cina, abitata dagli uiguri una popolazione turcofona e musulmana.

A cosa pensi sulla via della felicità?

08/09/2010

Oggi sono andato a fare la spesa. Siccome avevo parecchie cose da comprare, invece di accontentarmi del negozietto nel paesotto più vicino ho preferito andare in una zona residenzial-commerciale che si trova a mezz’ora di cammino da dove sto io. Mezz’ora non è poi tantissima, solo che lo diventa se il percorso lo si fa alle tre del pomeriggio, sotto il sole equatoriale che è grande come una mongolfiera e giallo come un limone, e soprattutto se durante metà del tragitto si costeggia un’autostrada a tre corsie per ogni senso di marcia. E’ però pur sempre un viaggio e come ogni viaggio che si rispetti prevede degli imprevisti, delle incognite e degli incontri inattesi, alcuni felici, altri decisamente meno. La camminata di oggi ha messo sulla mia strada un essere dell’aldilà: quando avevo già percorso più o meno metà strada mi sono imbattutto in una rana, delle dimensioni del palmo della mia mano, spiaccicata sull’asfalto. Era tutta nera, così nera che pareva un pezzo di carbone. Ora non so se esistano rane o rospi o animali di quella specie neri, fatto sta che io non ne ho mai visto uno. E mi sono chiesto, per i 15 minuti di cammino che rimanevano, se non fosse nera perché abbrustolita dai raggi inclementi del sole equatoriale.

Durante queste mie gite a piedi di solito mi accompagna il mio mp3 (grandissima invenzione, davvero!) e così è stato anche oggi. Quando non ero impegnato a pensare alla rana, o rospo, o quel che era, pensavo alla musica che stavo ascoltando, o meglio al cantante che stavo ascoltando: Ivri Lider, israeliano.

E qui occorre che apra una parentesi. La Malesia, come ogni Paese che si rispetti, o che aspiri a farsi riconoscere come tale dalla comunità internazionale, deve avere rigorosamente delle norme, delle leggi, una burocrazia. Ed è fondamentale che sia ricco di contraddizioni. La Malesia, come tutti i posti che ho visitato, di contraddizioni abbonda! E’ un Paese ufficialmente islamico, anche se la popolazione musulmana è circa il 60%, che può sembrare una cifra molto alta, ma è decisamente più bassa di quella di molti stati che invece sono laici (almeno ufficialmente), come la Turchia o l’Indonesia. E’ uno Stato dove i cittadini musulmani sono soggetti alla sharìa (la legge islamica), però sono anche tenuti a rispettare la costituzione e le leggi laiche, che molto spesso contraddicono ciò che invece la sharìa impone. Un’altra contraddizione, sempre legata al mondo politico-religioso, è che mentre il governo malese non si stanca di ribadire il proprio sostegno all’islam moderato, poi adotta posizioni piuttosto dure in alcuni aspetti, come ad esempio il divieto per i cittadini israeliani di entrare nel Paese, se non con un permesso speciale che deve essere rilasciato appositamente dal Ministero degli Esteri e da quello degli Interni.

Mentre camminavo e Ivri Lider cantava nelle mie orecchie, pensavo che forse stavo facendo una cosa illegale e mi sono chiesto se gli israeliani sono banditi dal Paese anche virtualmente. Se così fosse, allora sarei colpevole del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina!

E mentre pensavo a queste trivialità (certo, tra la rana e le relazioni israelo-malesi, non so quale argomento fosse più interessante e soprattutto di maggior importanza!) sono arrivato in questa zona residenzial-commerciale dal nome che è tutto un programma. Dovete sapere che la zona di cui vi parlo, come molte altre da queste parti, sono state costruite da gente di etnia cinese per il fabbisogno di gente di etnia cinese. Quindi questa specie di villaggio progettato a tavolino ha un nome cinese. Ora credo che anche tu, come tanti, ti sarai chiesto perché i ristoranti (e ultimamente anche i bazar) cinesi in Italia hanno sempre dei nomi così strani come “pagoda d’oro”, “grande muraglia” o “giardino di giada”. Beh, quei nomi ce li hanno ovunque, anche in Cina e, inutile dirlo, anche qui in Malesia. Solo che qui si sbizzarriscono con tutto, non solo coi ristoranti. Quindi la zona residenzial-commerciale ha anch’essa un nome poeticamente questionabile: si chiama “Città delle cinque felicità”. Ora mi chiedo io, e forse te lo chiedi anche tu, ma felicità ha anche un plurale? E soprattutto, si può contare? Dal nome, direi proprio che per i cinesi sì che si può contare! E come si capisce quando uno ha una, due, o tre felicità? Ma poi addirittura cinque!

La città delle 5 felicità

Comunque io oggi in questa “Città delle cinque felicità”, con i suoi edifici coloratissimi (come puoi vedere dalle foto) la mia piccola felicità del giorno l’ho trovata.

Ancora la città delle 5 felicità

Sempre lei, la città delle 5 felicità

Infatti dopo la spesa, mi sono seduto al tavolo di un kopitiam (nonostante non si fosse messo a piovere) e ho ordinato una ciotola di laksa fumanti. Questi erano più buoni del solito, perché avevano anche le vongole marinate, che in genere vengono aggiunte solo su richiesta, se il ristorante prevede la possibilità di aggiungere degli extra o cambiare qualche ingrediente (il cambio o le aggiunte possono mandare in crisi un intero locale, quindi io cerco sempre di attenermi al menù ).  Oltre ai laksa ho ordinato anche un kopi-o peng (caffè freddo, senza latte). Solo che nessuno mi ha mai detto che ordinare laksa e una bevanda ghiacciata è piuttosto pericoloso. Nessuno me lo ha detto, ma ora io e il mio stomaco lo sappiamo bene. Questo perché ogni felicità in fondo è solo la faccia di una medaglia che ha sempre – o quasi – un lato meno piacevole.

Comunque volevo fare pubblicamente i complimenti al mio stomaco offeso, che ha resistito stoicamente alla “passeggiata” di ritorno sotto il sole a picco!

Il piatto di laksa fumanti

Uno dei coloratissimi edifici delle 5 felicità

Quando piove è meglio un tè o una coca-cola?

06/09/2010

La pioggia qui è un fatto quasi quotidiano. Arriva all’improvviso, e altrettanto all’improvviso se ne va. Sarebbe buona abitudine portarsi dietro un ombrello. Andrebbe bene anche uno di quelli pieghevoli, piccolissimi, rigorosamente made in China che da noi durano al massimo il tempo di un acquazzone (qui li si riesce ad usare un po’ di più, perché di solito la pioggia non è accompagnata da fastidiose raffiche di vento).

Io, invece, mi faccio cogliere sempre impreparato, anche se ho il vago sospetto che sia il mio inconscio a dirmi di non girare con un ombrello nello zaino. Sì, perché gli acquazzoni equatoriali (che sono quasi sempre pomeridiani), sono un po’ come quelli estivi da noi. Il cielo si scurisce in un attimo, si cominciano a sentire tuoni in lontananza, il tempo di capire cosa sta succedendo e cominciano a cadere dei goccioloni grandi come caramelle. E non c’è nulla di più bello del correre mentre cade la pioggia e ripararsi in un kopitiam. E mentre aspetti che spiova ti bevi un kopi-o.

Kopi, come avrai capito, vuol dire caffè. -o è un suffisso che qui in Malesia si usa per indicare che una bevanda (in genere caffè o tè) la si vuole senza latte, che di solito è del tipo condensato (la Malesia, insomma, non è proprio un paese per diabetici!) Come ti avevo anticipato, ordinare da bere in un kopitiam non è come comprare una coca-cola (anche se io ho le mie difficoltà anche in quello, visto che non riesco a districarmi molto bene tra quella normale, quella light, quella senza caffeina, quella al limone, quella zero, quella alla vaniglia…), ma se si riescono a fare propri un paio di concetti chiave, il gioco è fatto! Se il tè, che in malese diventa teh, o il kopi, lo vuoi non solo senza latte, ma anche senza zucchero (e te lo consiglio vivamente, visto che di zucchero non te ne mancherà, soprattutto se mangi piatti malesi, sempre piuttosto dolciastri), allora basta chiedere un teh (o kopi) kosong (zero). Se invece un po’ di zucchero ce lo vuoi comunque, allora chiederai un teh (kopi) kurang manis (poco dolce). Se invece ci vuoi il latte, ma non lo zucchero (si fa per dire, visto il tipo di latte che ti ci butteranno dentro! E il latte condensato dev’essere pure piuttosto economico da queste parti, perchè ci vanno sempre giù pesanti con le quantità!), allora chiedi un teh (kopi) susu (che vuol dire latte, appunto). Puoi berli caldi (io lo faccio raramente qui, viste le temperature), o freddi e allora diventano peng o ais (entrambe le parole voglio dire giacchio, la prima di origine cinese, la seconda inglese). Soprattutto il teh, poi, può essere tarik, cioè tirato. Che una bevanda è tarik, vuol dire che la si passa a velocità sostenuta e continuamente (perciò si consiglia di stare lontani dal cameriere durante questo processo) da una tazza (di solito di latta) all’altra, affinché si formi una specie di spuma nella parte superiore della bevanda.

Mah, in fondo non è molto difficile ordinare da bere, tranne che non ti venga in mente di complicarti la vita e di chiedere un tè freddo tirato al latte e con poco zucchero, e allora dopo aver sudato quattro camicie, ti renderai conto che dopotutto una lattina di coca-cola normale non è poi tanto male!

Ah, comunque, un tè freddo tirato al latte e con poco zucchero sarà teh susu tarik kurang manis ais.

E se il leone non avesse più acqua?

06/09/2010

Tornando da Malacca(1), dove sono stato per un fine settimana gastronomico con Ching Ching e Lynn, due amiche di Singapore (su Malacca, sul concetto di turismo mangereccio – passatempo molto popolare tra i cinesi di ogni latitudine, che io ho subito fatto mio, come puoi immaginare – e su Ching Ching e Lynn mi dilungherò in un altro articolo) mi sono fermato nel centro di Johor Baru, un postaccio, diciamolo pure!, mentre le due giovani fanciulle hanno attraversato il confine e si sono ritrovate a casa loro, in questa città-stato sospesa tra la realtà e il delirio utopico di un gruppetto di governanti cinesi che agli albori della federazione malese hanno pensato che chi glielo faceva fare a loro di unirsi a un neonato Stato che non si capiva ancora che rotta avrebbe preso? (e infatti poi successe che le cose non presero una bella piega per i cinesi in Malesia!, ma anche di questo ne parlerò in un altro momento)

Insomma, loro sono tornate in un Paese che non è suddiviso in regioni, nemmeno in province, ma ha come unica divisione territoriale i quartieri (!), mentre io mi sono avventurato in uno di questi centri commerciali enormi e labirintici costruiti a ridosso della frontiera e il cui cliente medio è il singaporiano che viene a passare il sabato o la domenica in Malesia, per mangiare low-cost e comprare tutto ciò che a casa sua costa il doppio.

Dopo aver fatto il mio giro in libreria (ecco la risposta alla tua faccia perplessa che si chiedeva: ma che ci vai a fare in un centro commerciale in un postaccio come Johor Baru e per di più di domenica?) e aver contribuito all’economia locale, ho cercato di tornare nella periferia della periferia eccetera eccetera in autobus. Devi sapere che prendere l’autobus da queste parti non è facilissimo, almeno non lo è per chi, come me, non è autoctono. Le fermate sono un po’ dappertutto, alcune più visibili di altre (anzi, alcune visibili ed altre no, dato che alcune non sono indicate né da cartelli stradali, né da scritte o segnaletica sull’asfalto, ma si sa, per esperienza personale, o per sentito dire che lì, in quel punto X insospettabile, gli autobus accostano per far salire o scendere i passeggeri “al volo” – perché a una fermata, qui in Malesia, l’autista non è detto che si fermi completamente), ma sapere quali autobus vi fermano è un vero terno al lotto. Non ci sono orari, tragitti, niente di niente. E il mistero non si risolve di certo con l’arrivo del veicolo, dato che il numero – ovviamente assegnato a casaccio – è forse un elemento un po’ troppo scarno per capire dove è diretto il bus. Quando non sono troppo stanco chiedo o all’autista stesso o a qualche altra persona in attesa. E c’è una ragione se lo faccio solo quando mi sento in forma! La maggior parte degli autisti e delle persone che prendono l’autobus sono malesi malesi (i cinesi malesi hanno, il più delle volte, un’auto privata o uno scooter…o i soldi per prendere un taxi!) e non spiccicano neppure una parola né d’inglese, né tantomeno di cinese. Sia ben chiaro, la colpa è mia che non parlo malese e non loro!

Dopo un po’ che ero fermo come un ebete in questo punto in mezzo alle due carreggiate (dove pare, si dice, che ci fosse una fermata) mi sono chiesto che cavolo stessi facendo lì quando sul lato opposto della strada c’era una fermata dei taxi. Allora, dopo aver attraversato – non so come – una “viuzza” a 4 corsie (ufficiali, ma credo almeno 6 reali!) senza rimetterci le penne, sono salito su un taxi e mi sono fatto riportare nella periferia della periferia eccetera eccetera. Il tassista, un malese malese, era in vena di conversazione. Chissà perché poi qui in Asia i tassisti sono sempre molto loquaci, e iniziano a farti mille domande che girano intorno a due o tre argomenti fondamentali: il calcio (per uno come me riuscire a mantenere una conversazione calcistica per quasi 5 minuti – soprattutto considerando che l’altro interlocutore parla questa specie di lingua ibrida, 90% malese e 10% inglese e che io l’unica cosa che so su questo sport è che una squadra è composta da 11 giocatori e che una volta, tantissimi anni fa, Maradona fece gol col braccio – ha i suoi meriti, credimi!), gli stipendi in Europa e la pelletteria italiana (questa cosa mi ha sempre stupito fin dal mio primo anno in Cina: i tassisti asiatici amano le finte scarpe italiane in finta pelle!)

Mentre costeggiavamo il braccio di mare che separa la Malesia da Singapore (in realtà più che mare sembra un ruscello e potrebbe essere attraversato tranquillamente a nuoto), mi parlava di quanto a Singapore odino  i malesi malesi perché lì sono tutti cinesi, e del fatto che il governo sta “importando” cinesi dalla Repubblica Popolare per scongiurare un possibile ribaltamento della composizione etnica del Paese (piuttosto improbabile direi, visto che il 75% della popolazione di Singapore è di etnia cinese!) Io mi limitavo ad annuire, mentre guardavo lo sfavillio di luci sull’altra sponda, pensando che il signor tassista tutti i torti non ce li aveva e che a Singapore un po’ di pregiudizi sui malesi in fondo ce li hanno. Però pensavo anche che il coltello dalla parte del manico lo impugna la Malesia, che potrebbe far morire tutti i singaporiani di sete, letteralmente! Sì, perché tutta l’acqua che ogni giorno usano, bevono e sprecano nella città dei leoni (questo è appunto il significato di Singapore, se mai te lo fossi chiesto) è made in Malaysia, come lo sono anche la maggior parte degli alimenti.

Poi a un certo punto  il tassista ha controllato l’ora sullo schermo dell’autoradio e con una manovra repentina ed azzardatissima ha accostato, mentre io, con gli occhi sbarrati, sentivo solo una sinfonia di clacson. Solo quando ha tirato fuori una borraccia d’acqua ho capito tutto! Era il tramonto e lui poteva rompere il digiuno (i musulmani durante il mese del Ramadan non solo non mangiano, ma non bevono neppure!) Si è scolato un litro d’acqua in una manciata di secondi, mentre io continuavo a guardare le luci di Singapore.

(1)Città sulla costa occidentale della Malesia, con un pittoresco centro storico molto ben tenuto, che non è una cosa poi così ovvia da queste parti

Ma in Malesia sono a destra o a sinistra?

04/09/2010

Ho sempre avuto problemi con la destra e la sinistra, da che ho memoria. Non so con certezza a cosa siano dovuti, ma un’idea me la sono fatta.

Quando ero bambino io (e probabilmente anche tu, perché credo che siamo coetanei, anno più anno meno), di solito le maestre e i grandi in generale dicevano che la destra è la mano con cui si scrive, la sinistra, invece, è quella dell’orologio. E dove sta il problema? ti chiederai tu. Non so se te ne sei accorto, ma io sono mancino, e un tempo, quando ancora si scriveva quotidianamente a mano con la penna a sfera (ma te le ricordi le Bic e le PaperMate? Nella mia testa sono sempre state dirette rivali, dovevi scegliere. Non potevano piacerti entrambe, un po’ come i Duran Duran e gli Spandau Ballet, il McDonald’s o il Burger King, il tè col latte o quello col limone! E già ti sento dire: ma a me, a essere sincero, non piacevano né i Duran Duran e neppure quegli altri, e mi fanno ribrezzo sia le schifezze del McDonald’s sia quelle del Burger King, e al tè preferisco il caffè. Eh, lo so, ma ogni tanto capita che ci si accontenti di quel che passa il convento. Anch’io se potessi scriverei tutto e sempre con una Montblanc! Non so se hai notato che per agilitare la lettura, le divagazioni sono scritte in un colore diverso, così puoi decidere di saltarle…certo, hai ragione, forse andava detto all’inizio dell’inciso, non alla fine!), ma anche oggi che non lo si fa più così spesso, io scrivo con la sinistra, e anche l’orologio lo indosso sul polso sinistro. Ora capirai che per un bambino di 4-5 anni, mancino, non è poi tanto semplice capire come destra e sinistra possano essere la stessa mano. Lo capisce, certo che lo capisce (ho detto che sono mancino, non cretino!), però forse gli rimangono comunque dei dubbi. Almeno per me è stato così. Ancora oggi per me la sinistra è la mano dell’orologio e la destra è semplicemente quell’altra. E non potrebbe essere diversamente, visto che io sono uno di quei mancini hardcore, un mancino sfegatato e convinto. Che vuol dire? Vuol dire che io con la destra so fare ben poche cose. Una delle rare situazioni in cui entrambe le mie mani sono su uno stesso piano e lavorano allo stesso modo (anche se la destra essendo più pigra si affatica molto di più) è proprio questa, cioè quando scrivo al computer (sì, sono di quelli che scrivono con due mani e con tutte le dita di entrambe le mani).

E qual è il nesso tra le mie difficoltà con destra e sinistra e la Malesia? Un nesso c’è eccome, solo che poiché a me piace divagare, ho iniziato con un preambolo che sarà più lungo dell’articolo vero e proprio. Scusa, cercherò di arrivare dritto al punto la prossima volta… se ci riesco.

In Malesia guidano sul lato opposto della carreggiata, come gli inglesi, per intenderci. Ecco, se io sapessi distinguere per bene destra e sinistra, ti saprei dire chiaramente se hanno la guida a destra o a sinistra. E invece no, non te lo so dire. Ma tu, che questo problema non lo hai, sai molto bene di cosa sto parlando. Insomma, qui guidano “al contario” rispetto all’Europa continentale e alla maggior parte dei Paesi del mondo, quindi ogni volta che devo attraversare la strada, guardo in una direzione, poi nell’altra, poi di nuovo in una direzione, ancora nell’altra e così per almeno tre o quattro volte, prima di capire come attraversare. Ricordo che questo problema lo avevo anche ad Hong Kong, i primi tempi, ma poiché Hong Kong è una metropoli globale, credo che l’amministrazione pubblica locale avesse intuito che il mio problema non fosse poi così raro e quindi aveva pensato bene di scrivere sull’asfalto, “look to your left” e “look to your right” (o qualcosa di molto simile). Qui invece, siccome sono nella periferia della periferia eccetera eccetera, e siccome sono l’unico straniero, il problema mi sa proprio che ce l’ho solo io.

Ma la distinzione tra destra e sinistra è importante anche per un’altra ragione qui in Malesia. Questo è un Paese musulmano (l’Islam è religione di stato), i malesi di etnia malese(1) sono musulmani (non per scelta, ma per legge. Nascono infatti musulmani e il rinnegare tale religione è considerato un reato secondo la giurisprudenza islamica che qui in Malesia ha carattere ufficiale e regola molti aspetti della vita dei malesi di etnia malese), come lo sono anche molti indiani, qualche cinese e la maggior parte degli aborigeni. E’ normale, dunque, che mi imbatta ogni giorno in situazioni in cui ho a che fare con un credente in Allah. Per i musulmani, la destra è la mano pulita e la sinistra la sporca, che dev’essere usata il meno possibile, e in ogni caso mai e poi mai per mangiare, e neppure per porgere denaro o altro a qualcuno. Per me è sempre stato difficilissimo mangiare con la destra, e pagare con la sinistra mi viene spontaneo.

Quando mangio in un ristorantino gestito da malesi, inutile dirlo, mi sforzo di farlo con la destra, e al momento di pagare il conto, tiro fuori i soldi con la sinistra, li passo alla mano destra e poi li consegno al camieriere o alla persona alla cassa, insomma una vera e propria tarantella!  Questo però capita solo quando non sono stanco, perché se invece lo sono vado a mangiare dai cinesi, che invece non si fanno tanti problemi e i soldi li accetterebbero ben volentieri anche se glieli consegnassi con i piedi, sebbene anche loro si stupiscano quando impugno le bacchette con la mano sinistra. Ma che colpa ne ho io se sono un mancino hardcore?

(1)L’italiano non fa differenza tra un malese (come appartenente all’etnia malese) e un malese (come cittadino della Malesia), che invece sono due cose ben distinte. In inglese, ad esempio, il primo è un Malay, mentre il secondo un Malaysian. Dunque un Malay Malaysian sarà un “malese malese”, ma in Malesia ci sono anche cittadini appartenenti ad altre etnie, i cinesi malesi (Chinese Malaysian), ad esempio, o gli indiani malesi (Indian Malaysian).

Il giovedì del villaggio

02/09/2010

Oggi è giovedì, e il giovedì dalle mie parti (o meglio, dalle parti in cui mi trovo) è un giorno speciale, anzi una sera speciale. Sì, perché all’imbrunire la via principale si anima grazie al pasar malam(1) settimanale. Per capire l’importanza sociale che questo mercatino riveste all’interno della comunità in cui vivo, occorre che ti faccia capire esattamente dove sono.

La geografia mi è sempre piaciuta tantissimo. Da bambino, ma anche da adolescente, l’atlante geografico era il mio libro preferito. Però in questo caso usare coordinate, meridiani, paralleli, equatore, poli, confini, ed altri termini propri dell’ambito geografico non credo che servirebbe a molto. Se invece mi aiuto con una metafora, sono sicuro di riuscire a rendere molto meglio l’idea.

Allora, questa parte di mondo in cui mi trovo, in realtà non è un luogo, ma una matrioska. Io mi trovo o nella matrioska più piccola o in quella più esterna (e quindi la più grande), a seconda della prospettiva che vuoi adottare. Certo, se sono in una matrioska, vuol dire che ci sono varie bamboline, cioè vari strati e varie distanze. Proprio così.  Adotta, per adesso, il secondo punto di vista (cioè quello per cui io ti faccio “ciao” con la manina dalla matrioska più grande, mentre tu invece mi osservi da un punto geografico vero!). Sono nel Southern College, che è alla periferia di Taman Impian Emas, che a sua volta è alla periferia di Taman Ungku Tun Aminah, che non è altro che un sobborgo periferico di Skudai, cittadina amorfa nell’hinterland di Johor Baru, che possiamo considerare quello che di più simile c’è a una città e che però nella realtà non è altro che la periferia settentrionale di una città-stato, Singapore. Osservando tutto col primo punto di vista, invece, Singapore è la matrioska più grande, e il Southern College, la periferia della periferia della periferia della periferia della periferia del centro urbano, è il posto più piccino e quello più interno e più lontano dalla luce, dall’aria e da un luogo reale. E’ stata un po’ contorta la spiegazione, vero? Forse era meglio darti le coordinate e saresti potuto andare a cercare il posto esatto su un caro vecchio atlante o su google maps!

Comunque, ora che hai capito, grosso modo, dove sto vivendo, avrai anche capito perché il pasar malam è un avvenimento tanto importante ed atteso. Nella periferia della periferia della periferia eccetera eccetera, non succede mai nulla (un po’ quello che siamo soliti dire noi campobassani riguardo alla vita socio-culturale della nostra città), se non, appunto, che una volta a settimana arrivano bancarelle, carretti, venditori ambulanti e la gente si riversa nella via centrale di Taman Impian Emas.

Pasar Malam di Taman Impian Emas

E cosa si venderà mai in un mercatino serale? Un po’ di tutto, dalla cena già pronta (in genere da asporto) per lo più cinese e malese, ma anche indiana, alle bibite rinfrescanti (certo, l’agettivo rinfrescante è usato in senso molto lato, visto che di solito una bibita qui in Malesia è sinonimo di: zucchero, sciroppo chimico ai mille gusti – dal kiwi ai mirtilli al té verde col latte – ghiaccio e un po’ d’acqua e, pagando un piccolo extra – in genere l’equivalente di 10/15 centesimi di euro – ti ci buttano dentro anche una manciata di palline di tapioca), dal pesce da cucinare al pollo già spennato, alle lenzuola, dagli immancabili DVD e CD pirata all’ultimo ritrovato dello Shopping Channel (sì, anche qui c’è l’uomo che urla nel microfono – che poi non ho mai capito che ce l’ha a fare il microfono se urla comunque! – che ti presenta il coltello milleusi o il robottino manuale). Si vendono anche giocattoli, orologi di dubbia qualità (non credo che la lancetta dell’ora riesca a fare un giro del quadrante completo) e frutta fresca.

Inutile dire che anch’io, come tutti gli studenti dell’università, i professori e il personale amministrativo (quasi tutti abitano nel campus), aspetto ormai il giovedì con ansia e trepidazione. Stamattina mi sono svegliato tutto emozionato, neanche fosse la mattina di Natale e avessi decine e decine di regali da aprire!

Mi sono diretto al pasar malam a piedi (essendo la periferia della periferia eccetera eccetera un posto minuscolo, per me che vivo in un sobborgo, ci vogliono solo 10 o al massimo 15 minuti per arrivare a piedi nel centro della periferia della periferia eccetera eccetera). Per gli studenti, per i professori e per il personale amministrativo, cioè per tutti tranne che per me che, da quel che ho capito, sono l’unico straniero nel raggio di parecchi chilometri, è una cosa impensabile. Mi guardano sbigottiti quando confesso che “sono andato in paese a piedi” e allibiti quando aggiungo che “in fondo un po’ di moto non mi fa male, visto che sto tutto il giorno seduto davanti al computer o al massimo gironzolo tra gli scaffali della biblioteca in cerca di materiale”. “Eh, tu sì che conduci una vita sana!” è la risposta più gettonata. Come se i piedi per condurre una vita sana ce li avessi solo io! Mah!

Comunque, in virtù del fatto che conduco una vita sana (!!!) durante tutta la settimana, il giovedì, “giorno di festa”, mi lascio indurre in tentazione. Stasera infatti ho comprato una porzione abbondante di spaghetti saltati, una coscia di pollo cotta in una maniera da me non ancora identificata (io mi sto autoconvincendo che fosse alla brace, proprio come mi ha assicurato il venditore ambulante che me l’ha rifilata), una bibita (!!!) – però senza palline di tapioca, perché il carretto dove l’ho comprata non prevedeva questo delizioso extra (e no, non sono ironico, a me le palline di tapioca piacciono davvero) – e per dessert del tofu fresco con zucchero di canna. Il tutto da asporto, come è abitudine nella periferia della periferia eccetera eccetera, perché Paese che vai, usanza che RItrovi.

Ancora il pasar malam di Taman Impian Emas

(1) Pasar malam è un’espressione malese traducibile come “mercato serale”. Pasar (noterai forse una certa somiglianza con la parola di origine araba bazar) infatti vuol dire “mercato”, mentre malam indica quella parte del giorno che noi in Italia conosciamo come “sera”. Sembra semplice, ma definire in maniera netta ed inequivocabile le varie suddivisioni della giornata non è cosa facile. Ti sei mai chiesto, ad esempio, perché per uno spagnolo alle 19 è ancora pomeriggio, mentre per un cinese, le 19 è decisamente orario serale? Tant’è vero che in spagnolo non esiste una parola equivalene alla nostra “sera”, mentre ad esempio, in catalano sì, ed è anche molto bella, perché mi ricorda una parola italiana che amo molto. La sera a Barcellona si trasforma in vespre. (Nota alla nota a pie’ di pagina: Quando scrivo ho tendenza a divagare, ma credo che di questo tu che mi leggi te ne sia già accorto.)

Colazione, brunch, pranzo, merenda, cena e spuntino di mezzanotte

01/09/2010

Ovvero due o tre cose che ho imparato sui pasti in Malesia

Se hai sentito parlare del cibo in Malesia è assai probabile che tu ne abbia sentito parlare bene. Chi mi conosce (e credo che tu sia tra quelli, altrimenti non si spiega che ci fai su questo blog, comunque in ogni caso, Benvenuto!) sa che sono un animale onnivoro, ci sono pochissime cose che non mangio, nessuna che mi fa rabbrividire. Problemi gastronomici non ne ho mai avuti, in nessun Paese (è pur vero che non sono mai stato nel Regno Unito!), e la Malesia non fa eccezione. Al contrario, è forse uno dei luoghi in cui il cibo mi soddisfa di più. Con le sue varie etnie (quando e se si parla di Malesia, si fa quasi sempre riferimento alle sue tre culture principali, quella propriamente malese, appunto, quella cinese e quella indiana, spesso dimenticando che di culture qui ce ne sono molte di più, ma ne parlerò in un altro articolo) questo Paese tropicale offre una richezza culinaria che il più delle volte lascia sbalordito anche il turista più smaliziato.

Ma non è delle mille cucine dai mille sapori che voglio scrivere, oggi. Oggi ti voglio parlare, invece, dell’abilità che richiede dover ordinare nei vari ristoranti e bettole malesi.

Anche in Malesia come a Singapore (e in minor misura a Hong Kong), ci sono hawker centres(1) dappertutto, dalle metropoli alle città di media grandezza, dai villaggi alle periferie urbane. Non tutte le bancarelle degli hawker centres funzionano per l’intero orario d’apertura del centro. Ce ne sono alcune che funzionano solo al mattino, per la colazione, altre che funzionano al mattino e per pranzo, ma non la sera, altre ancora iniziano la propria attività dopo pranzo, cioè per la merenda e vanno avanti fino a quando il centro chiude, mentre altre ancora aprono solo per cena. Sta ovviamente al cliente sapere quando funziona quale banco. Al turista, al non autoctono o a chiunque non conosca bene le abitudini alimentari del luogo (spesso, inutile dirlo, queste cambiano da stato a stato, da città a città), non è dato sapere quando si mangia cosa. Dunque ci si potrebbe chiedere, perché i wonton in brodo si mangiano a pranzo, ma non a cena? o perché i laksa(2) si possono mangiare non solo a pranzo e a cena, ma anche a colazione? Eh, bella domanda! Ma tu, come me, non sei autoctono, quindi non t’è dato sapere! Dopo un po’ che si frequentano i vari hawker centres si sa già quali bancarelle saranno aperte e quali no. Se tutto però finisse qui, sarebbe troppo facile. Infatti può capitare di arrivare alle 9 del mattino e dirigersi tutti baldanzosi verso la bancarella che serve la zuppa di riso (per i cinesi è un piatto che tradizionalmente si mangia a colazione), ma trovarla chiusa, perché tutto quello che avevano da vendere per la giornata l’hanno già venduto. Capita anche questo, caspita!

Gli hawker centres non sono, come puoi immaginare, gli unici posti dove chi abita in Malesia va a mangiare quotidianamente. Un altro luogo tipico è il kopitiam.(3) Poiché il kopitiam è gestito da un solo proprietario, qui non si pone il problema di quale banco o carretto si troverà aperto, ma un problema si pone comunque. Infatti il kopitiam, che generalmente è aperto fin dalle prime ore del mattino e per tutta la giornata, serve colazione, brunch (che in Malesia è indicato come tale solo in posti occidentali o che vogliono scimmiottare le anonime catene americane a metà tra un fast food e un ristorante vero e prorio, i vari TGIF, Kenny Rogers, ecc.), pranzo, merenda (che qui, come a Hong Kong è nota come “tè del pomeriggio”. Incredibile, ma vero, gli inglesi sono riusciti a lasciare la loro impronta persino in uno dei campi dove sicuramente non eccellono, il cibo!), cena e a volte anche lo spuntino di mezzanotte.

Appena ci si siede al tavolo (che si sia soli o in compagnia, la scena non cambia), un solerte cameriere, quasi sempre di etnia cinese (la maggior parte dei kopitiam sono di proprietà di sino-malesi) ti si avvicina con uno o vari menù, spesso apostrofandoti boss, in inglese.

Lo studio dei menù (che invece, ho dimenticato di dirlo, negli hawker centres non esistono!) richiede molto tempo per chi non è abituato a frequentare queste tavole calde malesi, e tanta pazienza da parte dell’eventuale accompagnante locale o conoscitore delle usanze del posto. Comprendere il menù di un kopitiam può rivelarsi, infatti, una vera e propria impresa, un po’ come studiare per lo scritto e l’orale di cinese 4 (se come me hai studiato lingue orientali sai di cosa parlo)! E il problema non è la lingua, no, dato che la maggior parte dei menù malesi è bilingue malese-inglese o cinese-inglese, e molto spesso i nomi delle pietanze sono accompagnati da foto assai rivelatrici! No, il problema sta nel capire, tra la vastissima offerta di piatti e bevande, quali possono essere ordinati in quel momento. Vale a dire, se arrivi alle 11 la scelta che hai è diversa da quella che avresti se arrivassi alle 12. E perché? ti chiederai tu! Semplice, le 11 rappresentano un orario fluttuante tra la colazione e lo spuntino, mentre le 12 indicano inequivocabilmente l’ora di pranzo! Molto spesso, quello che ordini per colazione, poi hai la possibilità di riordinarlo alcune ore dopo, cioè per merenda. E perché non posso ordinare, ad esempio, un sandwich con prosciutto cotto e sottiletta (sì, servono questo ed altro in un kopitiam!) per pranzo, ma posso invece mangiarlo a colazione e a merenda? Eh, perché, perché! Per le abitudini malesi il toast  è un piatto da colazione e, per i kopitiam di più ampie vedute, anche da merenda, ma mai e poi mai da pranzo, neppure per i più “progressisti”!

Una discussione a parte invece meriterebbero le bevande…eh, credevi che fosse difficile solo per gli stranieri in Italia districarsi tra espresso, corretto, macchiato, cappuccino, caffellatte? Invece no! Anche ordinare da bere in Malesia richiede una laurea! Ma di questo parlerò in un altro articolo.

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